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Difesa Personale

Specialmente in questo periodo si fa un gran parlare di difesa personale e molte persone cercano di trovare una risposta a questa esigenza frequentando corsi dedicati. In queste righe vorrei portare la mia personale visone in materia.
Difesa personale
Come primo punto dobbiamo riflettere sul motivo per il quale questo bisogno è, oggi più che mai, presente nella nostra società. Viviamo in contesti differenti rispetto a quelli di qualche anno fa, ma non troppo; scopriamo come nuovo fenomeno la violenza sulle donne, ma è una piaga che è sempre esistita; il fenomeno dell’immigrazione ci fa sentire più a rischio, e poi constatiamo che la maggior parte dei casi di aggressioni avviene tra connazionali; la situazione economica e sociale generale genera molteplici fattori di stress che poi sfociano in atti violenti.
Ecco allora la necessità di fare qualcosa per se stessi al fine di attenuare questa sensazione di impotenza di fronte ad eventi che sentiamo più vicini che mai. Dal mio personale punto di vista, credo che corsi tecnici di difesa personale servano veramente a poco. Mi rendo conto che per gli addetti ai lavoro questa affermazione possa sembrare forte, ma ora provo ad esporvi il mio punto. Dando per scontato che una aggressione (che si tratti di aggressione ad un soggetto maschile o femminile) avviene da un individuo più “preparato” (più forte fisicamente, con più sicurezza, di aggressiva natura), il poter preparare l’aggredito tecnicamente richiede una preparazione non indifferente. Qualunque arte marziale o sport da combattimento praticata per anni ed intensamente può dare sicuramente quella chance in più in uno scontro reale, ma la preparazione che ci deve essere alle spalle (proprio per avere la meglio su chi è più preparato) deve essere al limite del professionismo. Dal mio punto di vista quindi ogni tentativo di preparare tecnicamente una persona ad un ipotetica situazione reale, con una formazione di un paio di volte a settimana e magari solo per qualche mese, ha semplicemente il beneficio di un effetto placebo. Mettiamo in pace la coscienza pensando di esserci preparati a ciò che potrebbe avvenire, questo ci fornisce una maggiore sicurezza che in realtà andrà a dare beneficio al nostro atteggiamento che più sicuro, ridurrà la nostra “visibilità” come soggetto debole. Essendo però obiettivi, la preparazione allo scontro reale non sarà sufficiente, sopratutto se il corso di difesa personale si è frequentato tempo addietro e quindi si è persa la manualità necessaria. Dobbiamo quindi rassegnarci al fatto che non si possa fare qualcosa per migliorare la propria sicurezza? Secondo me no. Quello che penso sia un percorso funzionale è il trovare un metodo di lavoro che possa sopperire ai “punti deboli” dei corsi di tecniche di difesa personale:
LE TECNICHE – Possiamo imparare la difesa a 150 tecniche differenti, ma la probabilità che una di queste avvenga realmente nello stesso modo in un contesto reale è pressoché nulla, e se anche ciò avvenisse, siamo sicuri di aver allenato così tanto la reazione affinché la nostra risposta sia pronta e reattiva quando necessario?
L’ALLENAMENTO – A meno che non si disponga di un particolare talento, per imparare una qualsiasi cosa e saperla mettere in pratica in ogni condizione (difesa personale inclusa) ci vogliono migliaia di ore di dedizione e una costante pratica quotidiana. Allenare le tecniche per una paio di ore a settimana per qualche mese, da mio punto di vista non potrà mai essere sufficiente a rispondere in maniera adeguata ad una esigenza di applicabilità.
IL FOCUS – Porre l’attenzione su un ipotetico aggressore, magari inducendo stress e paure simulando una reale aggressione può apparire un buon metodo per simulare la realtà e quindi preparaci adeguatamente a ciò che potrebbe avvenire. Credo che per quanto sia realistica l’aggressione fatta in un contesto didattico (palestra ecc.) con persone che conosciamo nel “ruolo dell’aggressione”, difficilmente si può avvicinare a ciò che la vita (si spera mai) potrebbe riservarci in moneti, contesti e situazioni davvero inaspettati.
Quando mi chiedo come approccerei alla difesa personale e quando si entra in questo contesto, la mia mia visione in materia è abbastanza chiara: Come prima cosa credo che una adeguata preparazione non debba essere fatta insegnando delle tecniche. Per quante tecniche si possano insegnare, quanti scenari possiamo simulare e quante tipologie di aggressione, quando poi ci si trova sul campo (sotto reale stress e paura) ho riscontrato che pochissime persone riescono ad applicare le tecniche imparate, e quando questo avviene, l’unico spiraglio possibile è sovrastare l’aggressore con una maggiore aggressività e violenza (che di solito l’aggredito non possiede). Il limite grosso è appunto la preparazione non sufficiente. Non sono qui a dire che le tecniche non funzionano, ma sicuramente per essere applicate richiedono un allenamento e una pratica che la maggior parte dei fruitori di “corsi di difesa personale” non ha. Ecco allora che da mio punto di vista, quello che forse potrebbe fare la differenza andrebbe ricercato nel “cambio di focus”. Non più pensare a quanti soggetti e in quale modo mi potrebbero aggredire, ma portare l’attenzione su me stesso: come reagiscono il mio copro e la mia mente in una situazione di stress e paura come quella di una aggressione. Non mi piace investire molto tempo sull’insegnare un maggior numero di attacchi e le relative difese, ma preferisco investire molto tempo sulle sensazioni del copro (e della mente) prendendone consapevolezza i relazione all’esterno. Non fraintendetemi, una formazione tecnica serve ed è necessaria, ma dovrebbe sere solo la piattaforma di partenza e lo strumento di lavoro per prendere consapevolezza e padronanza di sé. Copro rilassato e distaccato, mente calma e lucida giocano, sempre dal mio punto di vista, un ruolo chiave nella difesa personale. Il portare l’attenzione su se stessi, sul proprio corpo, gli stati che ha e che può raggiungere insieme alla mente, ha un altro grosso vantaggio, ovvero che sono cose che si possono coltivare quotidianamente. Se per allenare una tecnica abbiamo bisogno di essere in palestra con un compagno di allenamento, allenare gli stati di copro e mente lo possiamo fare al lavoro, camminando o portando a spasso il cane. Questo fa sì che il monte ore di pratica (ovviamente se uno decide di coltivare questa “Via”) sia immensamente più alto rispetto a qualunque altra pratica. Ovviamente la pratica non compagno è fondamentale e deve essere fatta, ma questa rappresenta l’espressione del lavoro fatto dentro di noi, una sorta di “verifica”.
Ho deciso di scrivere questo articolo proprio perché miei allievi e non mi chiedono il punto di vista in materia. Spero di aver fatto cosa gradita 😉

Questione di scelte

Viviamo in tempi in cui la tradizione nelle Arti Marziali sembra quasi completamente sparita. Anticamente quando si studiava il Kung Fu, si veniva accettati dal Sifu (padre) che per tutta la vita ci avrebbe formati e guidati con profondità e completezza attraverso l’Arte. Oggi viviamo i tempi del tutto e subito, della velocità che spesso va di pari passo alla superficialità e sono davvero rare quelle occasioni in cui si ritrova ancora questo spirito di pazienza e sacrificio reciproco e duraturo allievo/insegnante. Nell’era dei siti internet, dei social media, vediamo sempre di più persone diventare Maestri (o addirittura Gran Maestri) dopo solo alcuni incontri con il proprio insegnante.
Questione di scelte
In realtà bisognerebbe, come per un pilota, verificare le “ore di volo reali”, ovvero per quanto tempo si ha studiato a contatto con il Maestro (partendo dal presupposto che il Maestro stesso sia formato in maniera completa). Troppo spesso purtroppo quello che conta di più (all’occhio dell’inesperto) sono le foto, i certificati e le uniformi o cinture che si indossano. Credo che questo superficialità sia il malcostume che ha portato negli ultimi anni ad una progressiva e drastica diminuzione di qualità nel panorama marziale. Il libero accesso ai mezzi comunicazione (internet, youtube, social media, giornali del settore) ha rappresentato la linfa per un boom di nascita di scuole, associazioni e maestri. L’accesso a questi mezzi ha sicuramente un lato positivo, ma spesso purtroppo ciò mette sullo stesso piano (se non ad un livello maggiore) chi è incompetente rispetto a chi ha veramente “ha qualcosa da dire”. In questo panorama è dunque di cruciale importanza (per chi davvero vuole i parare il Kung Fu) sapersi destreggiare e porgere la propria attenzione al Maestro “giusto”.
Premesso che (eliminati i ciarlatani) non credo esista il maestro giusto in senso assoluto, ma bensì esita il “maestro giusto per me” (ovvero quell’insegnante/metodo/scuola che più si concilia alla mia idea di pratica marziale), ritengo che la chiave sia nel vedere l’abilità del Maestro. Alcune persone sono portate a pensare che il maestro più bravo sia quello più “forte”, quello più veloce o quello più radicato o ancora quello con più conoscenza. Personalmente non la vedo così. Secondo la mia esperienza, il miglior Maestro è quello che riesce a farmi diventare il “più bravo possibile”.
Questa credo sia la vera bravura di un insegnante, un mix di capacità tecniche, conoscitive, saper spiegare, dimostrare e far comprendere ciò che lui stesso rincorre da una vita.
Per valutare dunque il lavoro di un Maestro credo sia giusto analizzare per quanto tempo si ha studiato con lui e quali sono stati i miglioramenti del proprio Kung Fu, solo questo potrà dare una risposta sull’operato soddisfacente o meno dell’insegnante.
Altro capitolo importante è che non esiste nessun bravo Maestro senza un bravo Allievo, ma questo magari sarà argomenti di un prossimo intervento…

Numeri e risultati

Per forma mentis sono sempre stato portato a cercare di misurare in forma concreta ciò che mi prefiggevo di raggiungere. Avere degli obiettivi (in qualunque ambito) ritengo sia ciò che ci tiene concentrati sulla “rotta” che abbiamo scelto. Trovo però ancora molto difficile andare ad identificare per ogni obiettivo la sua corretta unità di misura. Se per la ricchezza economica, l’€ è una unità ben definita, se per il peso abbiamo i KG e così altre migliaia di esempi, vi sono ambiti in cui questa unità di misura sembra mancare. Uno dei settori in cui tuttora trovo molta difficoltà in questo è nel mio lavoro come Responsabile di una prestigiosa Scuola come è la IWKA. Sarebbe sbagliato utilizzare, per un parametro di successo, il numero degli allievi iscritti. Per esperienza ho visto molte volte una strana correlazione tra la qualità della conoscenza, della profondità e della completezza del Kung Fu che si pratica inversamente proporzionale al numero di allievi disposti ad affrontare questo viaggio fino alla fine.
Numeri e risultati
Purtroppo le discipline che noi pratichiamo non sono per tutti (nonostante spesso di dice che chiunque può praticare) e ho visto numerosissime persone non riuscire a reggere il peso e l’impegno che una Disciplina come il Wing Chun porta con se. Non stiamo parlando di una attività da palestra la cui pratica si limita a qualche ora a settimana, ma di un vero e proprio stile di vita che ci impegna sia con il corpo che con la nostra mente.  Credo che chi, come me, pratica a in profondità il Kung Fu capisca al volo di cosa sto parlando! E allora, se il numero degli allievi non è il nostro parametro, quale deve essere? La loro qualità?
Non credo che nemmeno questa sia una risposta soddisfacente per misurare i NOSTRI risultati in quanto la qualità dell’allievo è un prodotto delle informazioni e del lavoro del Maestro combinato con la capacità di studio e di sviluppo dell’allievi in questione (anche se sono pienamente d’accordo che in linea di massima si può intuire il valore di un Maestro o meno guardando i suoi allievi). Trovare allora un parametro di misura sembrerebbe quasi impossibile (e forse lo è), quindi io ho scelto il mio personale parametro: l’onestà con l’Arte!
Cosa intendo: se studiamo, ci confrontiamo, facciamo esperienza per anni (e decenni) come professionisti in un determinato settore acquisiremo una capacità critica della materia che ci consentirà (con un ragionevole margine) di poter intuire chiaramente quale sia la strada da seguire e le cose da fare.
Sono consapevole che spesso (per non dire sempre) la strada che dentro di noi sappiamo di dover seguire è quella meno facile, quella tortuosa ed in salita, ma è proprio su quella strada che credo ci sia la scrematura tra chi “ha potuto” e chi “deve”.
Non ci sono scusa, si sa quello che bisogna fare, si conosce il sacrificio che bisogna fare. Mettere la testa sotto la sabbia facendo finta che “tanto va bene cosi” penso sia la cosa che domani potremmo rimpiangere di più.  Il Kung Fu può davvero dare tanto se vissuto in serenità, ma sopratutto in onestà con se stessi, con gli altri e con l’Arte stessa. Ho avuto e ho tanti allievi, persone che hanno diviso brevi o lunghi periodi con me e persone che ancora dopo anni sono sul mio stesso cammino: ognuno di loro vale, ognuno di loro ha fatto molto oppure poco, qualcuno ha “potuto” e qualcuno ha “dovuto”, ma è il cammino e nessuno da fuori lo può giudicare. Solo il praticante sente e capisce (con i giusti strumenti) se quello che si è fatto corrisponde con ciò che andava fatto.
La mia piccola esperienza che in queste righe vorrei portare è che è proprio quando inizio ad intuire quale sia la via da seguire che le difficoltà appaiono sul mio percorso ed è in quel momento che ho visto “fare la differenza”.
Sintetizzando, allora, il mio paramento di misura è proprio questo: fare ciò che va fatto quando bisogna farlo senza raccontarci storie!
Kung Fu, Gioia nel cammino e Serenità